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Tijeras*

  • oct 27, 200810:12h
  • 4 comentarios

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No sé qué le pasa a los intolerantes con el pelo, que se fijan en él con más saña que en el resto del cuerpo. Tienen una fijación especial con lo que brota de las cabezas ajenas, sean cabellos o ideas.
En los setenta mi padre quería llevar la melena hasta los hombros, pero las tijeras le salían al paso. Las blandían los represores de siempre, aquellos que sostienen que un pelado a lo militar es la señal para detectar a un hombre “correcto”. Eran los mismos tiempos en que los blue jeans de los hippies y sus pelambres eran señalados como exponentes del “diversionismo ideológico”.
No obstante, la abundancia de pelaje no es lo único que descoloca a estos peluqueros de la reprimenda. Recuerdo que agobiada por la falta de champú y por los brotes de piojos —comunes en los oscuros años noventa— decidí pelarme al cero. Estaba en el Instituto Pedagógico y mi cabeza lustrosa por poco me cuesta la expulsión de la universidad. En la calle siempre había alguien para recordarme que “una mujer que se respete” no prescinde de su pelo. Agobiada por tanta intromisión, me deje crecer —ad infinitum— la cabellera.
Hoy, mi hijo quiere llevar un par de mechones encima de las orejas, por la influencia estética de los dibujos animados japoneses. Ahí está la directora de su escuela para hacerle vivir lo mismo que a su abuelo y a mí. Con el uniforme blanco y amarillo de la secundaria no encaja —según esta barbera de turno— un pelado que se aleje del más soldadesco estilo. Al negrísimo pelo de Teo y a sus patillas desmesuradas, se les acercan también las viejas tijeras de la intransigencia. La permanente mano que quiere podar todas las diferencias.

Yoani Sánchez
La Habana

*Este post ha sido publicado originalmente en el blog Generación Y. El gobierno cubano ha tomado medidas para dificultar el acceso a los internautas que intentan conectarse a Generación Y y otros blogs dentro de la isla. En un esfuerzo por difundir el trabajo de la bloguera Yoani Sánchez, PD reproduce textualmente sus entradas.

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4 respuestas
Comentarios

  • Roberto Ampuero
    I nostri anni verde oliva
    Una storia cubana
    (Fusi orari) – I libri di Internazionale
    Traduzione di Sara Bani
    Pag. 380 – Euro 16,00
    http://www.fusiorari.it

    Roberto Ampuero consegna alla storia della letteratura latinoamericana molto di più che uno straordinario romanzo autobiografico. I nostri anni verde oliva è la storia di un giovane cileno in fuga dal golpe di Pinochet che approda nella Cuba di Fidel Castro per coronare una storia d’amore, ma che giorno dopo giorno vede morire i suoi sogni. Cuba si trasforma in una trappola senza via d’uscita, la famiglia cubana si sgretola, il suo comunismo romantico si fa sempre più disincantato sotto i colpi sferzanti della realtà. La fuga diventa la sua unica ragione di vita, come per la maggior parte dei cubani, perché il sogno giovanile gli si rivolta contro e lo soffoca.
    Ampuero giunge a Cuba con la speranza di una rivoluzione fresca, giovane e popolare, la speranza di continuare a essere comunista in modo onesto, ma finisce per ricredersi, fino a rifiutare di entrare nelle FAR per morire in Angola o in Nicaragua. Non volevo diventare carne da macello per nessun regime, confessa, ma soprattutto si accorge che ogni persona aveva una tessera di razionamento per i generi alimentari e i vestiti che regolava in modo rigido la sua esistenza. Non erano frottole anticomuniste. Le quote erano inferiori a quelle di una famiglia di ceto medio – basso in Cile. Non comprende perché L’Avana è ridotta così, mentre negli anni Cinquanta godeva di un livello di vita elevato, uno dei più alti dell’America Latina. Non si spiega come la rivoluzione abbia potuto trasformare un popolo religioso e legato alla santeria, in un esercito ateo. Osserva e critica la persecuzione degli omosessuali e l’assurdo progetto di rieducarli nei campi di lavoro, le famigerate UMAP, dove si dorme in baracche recintate da filo spinato. Si rende conto che la rivoluzione ha messo al bando tutti i libri critici verso il socialismo e che sono proibiti autori come Ortega y Gasset, Octavio Paz, Arthur Koestler, José Lezama Lima, Vargas Llosa, Cabrera Infante, Bulgakov, Solzhenitsyn, Virgilio Piñera, Heberto Padilla e Antonio Arrufat. Nel Cile di Allende non accadeva, nel socialismo che aveva difeso e che adesso rimpiange si poteva leggere ogni tipo di autore ed era consentito avere idee diverse dal governo. Allende voleva trasformare il Cile in un paese più giusto e democratico attraverso l’uso della ragione e la conquista della maggioranza. A Cuba, invece, conta solo l’opinione di Castro ed è fondamentale adeguarsi. Ci sono volti di ex rivoluzionari che spariscono dalle foto accanto a Fidel (Carlos Franqui su tutti), che resta sempre più solo. Ampuero condanna la guerra di Angola come uno dei più grandi errori del regime che rende il popolo cubano ancora più povero e molte madri orfane dei loro figli.
    Heberto Padilla è uno dei protagonisti di questo romanzo – verità, il poeta dissidente che viveva emarginato ed espiava la sua audacia di criticare la rivoluzione. Ampuero racconta le vicissitudini dell’autore di Fuera del juego, imprigionato, torturato, costretto a una ritrattazione, infine isolato e dimenticato, in attesa di una difficile partenza da Cuba. Padilla viene salvato dal carcere da una valanga di telegrammi spediti da intellettuali europei, ma vive giorni sempre uguali in compagnia di una bottiglia di rum, accusato di essere un agente della Cia e incapace di scrivere. Per non impazzire legge, traduce (ma il regime impedisce che il suo nome compaia, viene cancellato con cura…), verga poche pagine al giorno del romanzo – biografia che uscirà dopo la sua fuga negli Stati Uniti (Nel mio giardino pascolano gli eroi). “Credo nel sistema statunitense, dove ho vissuto per diversi anni prima della rivoluzione: si paga per quello che si riceve” sostiene.
    Ampuero si trova prigioniero in una Cuba che non è il sogno giovanile di un paese dove hanno realizzato la giustizia sociale, ma l’incubo quotidiano fatto di mancanze e proibizioni. Comincia a odiare chi ha venduto la patria a Mosca, imponendo un sistema estraneo alla mentalità estroversa, spontanea e sensuale degli abitanti dell’isola.
    Cuba si trasforma in una trappola. Ampuero non se la sente di fare una vita in cui le preoccupazioni quotidiane siano soltanto tenere a freno la lingua e cercare qualcosa da mettere in pentola. Per questo decide di fuggire e solo dopo lunghe peripezie riesce nel suo scopo, dopo aver compreso che quel paese socialista somiglia terribilmente al suo Cile distrutto da una dittatura spietata. Le ultime illusioni giovanili cadono sotto il sole dei tropici, ma lo scrittore è felice soltanto quando sa che può abbandonare l’inferno nel quale era stato relegato. Negli Stati Uniti riabbraccia Padilla, fa in tempo a fargli leggere questo libro prima che il poeta muoia senza coronare il suo sogno di tornare a rivedere Cuba.
    I nostri anni verde oliva è un piccolo capolavoro, un romanzo utile, oserei dire indispensabile, per far capire ai nostri giovani il significato della parola libertà. Da leggere e sottolineare.

    Gordiano Lupi
    http://www.infol.it/lupi

  • Gabriel dice:

    En realidad El Che llevaba el pelo bastante largo.

    Lo lógico, en un país donde a los niños se les enseña a decir “seremos como El Che,” sería que los jovenes revolucionarios se dejasen el pelo largo.

    En realidad, bien pensado, eso de cortarse el pelo creo que es muy anti-revolucionario. Las cabezas peladas no se parecen nada a El Che.

    Gabriel

  • Adriana dice:

    ‘cos noooothing compares
    nothing compares
    2 u

  • Muy bien. Casi no apruebo el pre por tantas veces que me mandaban al barbero.